
L’Ikea di Villesse oggi ha aperto le porte a giornalisti e residenti in loco, come sorta di prova generale per l’inaugurazione di mercoledì prossimo
9.000 curriculum ricevuti. 255 lavoratori assunti direttamente, 33.000 mq di superficie realizzati in poco più di otto mesi, un ristorante da 520 posti. 34 casse, di cui 20 self-service. Tonnellate di merci che tracimano dagli scaffali.
E poi l’applauso ai primi clienti, i fasciatoi nei gabinetti, gli impiegati che sorridono. Benvenuti all’Ikea di Villesse, Friuli Svezia Giulia.
“Vuole una vodknina? A posto così?”. Questi ti stendono. Quantità e qualità. “Sono una macchina da guerra”, commenta un amico del Piccolo. E come dargli torto.
All’ingresso, domina una parete di una ventina di metri, nella quale sono incassati decine di modelli di cucine. “Un’ esibizione forse un po’ muscolare”, concede Valerio di Bussolo, responsabile relazioni esterne per Ikea Italia. Che però rende l’idea delle priorità: in Italia, nell’anno passato, il settore cucine ha conosciuto una crescita del 10%. Alla faccia della recessione.

A cercarla fra gli scaffali, la crisi proprio non la si trova. Qui è un concetto bandito. Tutto è macro, enorme, confortevole, suadente, come ben saprà chiunque abbia mai varcato la soglia di un negozio Ikea. Ecco, finora ero stato soltanto alla filiale di Aubonne, in Svizzera. E la visita di questa mattina è stata un flash-back mica da poco. Tutto, ma proprio tutto, coincide. Persino il panorama dal ristorante. Replicanti, spettri della memoria destinati ad abitare un luogo apparentemente senza tempo. L’Ikea è la quarta dimensione. E’un non luogo, o forse è una realtà così unica da poter essere replicata all’infinito. In Svizzera, a Villesse, a Bombay, poco importa.

“La nostra mission è migliorare la vita della gente”, dice Valerio di Bussolo, responsabile relazioni esterne per Ikea Italia. Eh già, la mission. Loro, del resto, vogliono rivolgersi a “ciò che in inglese chiamiamo majority of the people”. E per farlo, ricorrono ai co-workers, ovviamente al servizio dei clienti muniti di carta familiy. Gente, è l’Ikea way. Che, of course, non trascura nemmeno l’offerta food.
Il tutto impacchettato in un contesto caldo, a dispetto delle origini scandinave, persino socialmente consapevole. “Per ogni peluche che verrà acquistato, devolveremo un euro all’Unicef” ci informa Ulf, il capo negozio venuto dall’Austria. Già, l’Unicef. Curiosamente, la stessa organizzazione che paga le Ong incaricate di controllare che Ikea e i suoi fornitori non sfruttino il lavoro minorile. E però, a perdersi per Villesse, non si potrebbe mai credere alle accuse dei malevoli. Questi mettono i fasciatoi nel bagno degli uomini, andrai mica a pensare che la tovaglia Frungulrb sia passata sotto le dita di un ragazzino indiano?
Su questo punto, Anders Dahlvig, chief executive officer dell’azienda, è stato abbastanza chiaro nel lontano 2007. La Bbc lo incalzava, chiedendo il motivo per cui Ikea ha rifiutato di firmare una dichiarazione in cui garantiva di non aver fatto ricorso al lavoro minorile. E Dahlvig ha risposto così: “E’ irresponsabile chi la firma. In India ogni casa ha un telaio. E come possiamo garantire che dietro non ci stia un bambino?”. Vero. E allora perché non andarsene dall’India?“. “Perché crediamo che la nostra presenza possa permettere di incentivare dei comportamenti virtuosi” mi risponde di Bussolo. “E poi sono 200.000 posti di lavoro”. Va riconosciuto, comunque, che il 70% dei produttori Ikea, almeno formalmente, si trova in Europa occidentale. Poi, forse, districarsi nella giungla dei subappalti è un altro discorso. E il 20% della produzione resta in Cina, che proprio il paradiso dei lavoratori non è.

Ulf però sorride e, alla fine della conferenza stampa, ci guida per i corridoi. “La nostra filosofia è la seguente – ribadisce – Ikea fa la sua parte, tu fai la tua: così risparmiamo”. “Chi meglio del cliente conosce i propri bisogni?” Il cliente, l’eroe dell’epica Ikea. E poi c’è lo spazio per i bambini, con tanto di cartello introduttivo: “Dedicato ai più importanti del mondo”. Tutti sorridenti, tutti felici di venderti uno sgabello concepito proprio per te.
E insomma, sarà pure un’impressione personale, e di sicuro sono un rompiballe. Però tutta questa melassa rischia di restare appiccicata, incollando miracolosamente a sé qualche comodino vezzoso o un’aringa affumicata di cui, alla fin fine, non si sentiva il bisogno. Urge disintossicazione in qualche bettolaccia di San Giacomo. E’ l’Ikea, baby. Un sorriso e ti porti a casa una libreria.
P.s. un ringraziamento al signor Ulf e al personale del negozio per l’assistenza informatica







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